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Giorgio Bocca: Storia popolare della Resistenza

Giorgio Bocca er en kendt klummeskriver i det ansete ugeblad ”L’Espresso”. Følgende uddrag fra hans bog om den italienske modstandsbevægelse, som han selv har deltaget i, foregår i 1944.

 

Ma la Toscana ribelle non perde la sua occasione. Nel giugno, la Resistenza toscana è divisa in sei zone: Firenze-Arezzo, Siena-Grosseto, Livorno-Pisa, Lucca, Apuania, Pistoia. Nella primavera le formazioni si sono gonfiate anche qui, specie le garibaldine che hanno alle spalle un’organizzazione di massa. Il 7 giugno le nove brigate garibaldine del Senese e del Grossetano si riuniscono in una divisione comandata da Fortunato Avanzati. Un’altra divisione è formata dai garibaldini della zona Firenze-Arezzo e prende il nome di Garibaldi Arno. I comunisti hanno tentato più volte di assorbire tutte le formazioni ribelli, ma si sono urtati contro lo spirito di autonomia dei giellisti che hanno due brigate sul monte Giovi, un’altra nella zona Roveta-Montesperti e una nel Pistoiese. Anche in Firenze la rivalità fra comunisti e azionisti è accesa, a volte aspra: “È risultato evidente – scrive l’azionista Ragghianti al comando generale – la volontà del Pc di monopolizzare l’attività militare: ultimo episodio, l’invito a noi a entrare a far parte delle cosidette brigate Garibaldi. Essi hanno un gravissimo difetto di quadri”. La risposta comunista è, come di regola, a due livelli: corretta, amichevole al vertice, nel Cln; dura, calunniosa nella periferia operaia dove gli azionisti vengono descritti come dei tipi infidi. Racconta ancora Ragghianti: “Il “Combattente”, giornale dei patrioti, teoricamente del Cln, è in pratica del Pc che ne vuole l’esclusività. Il notiziario assume un aspetto propagandistico e sistematicamente celebrativo (mai perdite)”. Avvicinandosi la liberazione, si riesce comunque a formare un comando unificato affidato all’azionista Niccoli, con commissario politico il comunista Luigi Gaiani.

Sconfitto a Roma, il tedesco sta intanto ritirandosi rapidamente. Kesselring sa che occorrono dai trecento ai quattrocento chilometri fra il punto della rotta e quello della nuova resistenza. Cacciati dalla linea Gustav all’altezza di Cassino, i tedeschi decidono di rinnovare la difesa sulla linea Gotica, che segue la dorsale appenninica fra la Cisa e il mare Adriatico. Le direttrici della ritirata devone essere ripulite dai partigiani e dai loro amici; una serie di stragi, di massacri segna la fuga tedesca per la valle dell’Arno. Intervengono anche i fascisti, Alessandro Pavolini è tornato a Firenze, nella sua città, per organizzarvi squadre che dovrebbero iniziare una resistenza fascista dopo l’arrivo degli alleati. Le brigate della divisione Garibaldi Lavagnini se meritano la prima citazione del bollettino di guerra  alleato:” Nel settore tirrenico reparti di patrioti collaborano attivamente con le nostre truppe”. I partigiani moltiplicano le interruzioni stradali, l’Aurelia è praticamente impercorribile. Siena è liberata il 3 luglio e anche qui l’insurrezione fallisce. Però l’alleato capisce che c’è un’Italia diversa. Il comandante inglese di Siena manda a chiamare il sindaco nominato dal Cln, il professor Ciappolini. Quando entra nel suo ufficio non si degna di salutarlo e di invitarlo a sedere. Il sindaco fa per andarsene. Richiamato bruscamente, dice: “Sa, come individuo io non sono che un povero professore e lei può anche trattarmi dall’alto in basso, ma qui ora sono venuto come sindaco di Siena. Lei non mi saluta, non mi fa sedere, quindi tra me e lei non può esserci nessun rapporto e io me ne vado“. Il comandante inglese si scusa. Nei villaggi e nelle città toscane gli alleati trovano una società che funziona, un’economia che non ha bisogno di mendicare; dove i Cln hanno già organizzato baraccamenti per i senzatetto, pattuglie di polizia, ammassi.

Ma già si prepara la battaglia per Firenze. La Garibaldi Arno inizia la marcia di avvicinamento il 15 luglio, marcia snervante interrotta da continui combattimenti. Il 31 luglio le forze partigiane sono sui colli che dominano la città; è duramente provata la 2a brigata Rosselli, che al guado dell’Arno viene sorpresa dai tedeschi e perde l’intero comando; ma una compagnia della Rosselli e una della Arno riescono a entrare in città per dare man forte alle squadre cittadine, forti di 2.800 uomini ma male armate. La città vivi ore dure e straordinarie: sono quasi inesistenti i servizi di trasporto, dai primi di giugno manca il gas, l’acqua è razionata. È abbondante solo la carne, i tedeschi macellano e vendono il bestiame razziato durante la ritirata. Nella città sono rimasti di presidio non più di mille tedeschi agli ordini del maggiore Fuchs: dovono tenere impegnate le forze partigiane mentre il grosso va sistemandosi sulla linea Gotica e far saltare i ponti quando arriveranno gli alleati. Il 28 luglio gli abitanti delle case sui lungarni ricevono l’ordine di sgomberare, centomila persone devono in poche ore trovarsi un nuovo allogio negli ospedali e nei grandi palazzi nobiliari, persino nei musei. A palazzo Pitti c’è anche lo scrittore Carlo Levi, che ricorderà “quell’aria da fine del mondo”. L’ordine di sgombero sconvolge i piani partigiani per la salvaguardia dei ponti, la cui distruzione è decisa. Hitler ha fatto una sola concessione: “Risparmiatene uno, il più bello”, per dire il ponte Vecchio, ma a caro prezzo salterà il quartiere antistante, di epoca dantesca. I ponti saltano nella notte fra il 3 e il 4 agosto, i gruppi partigiani che vanno all’attacco per salvare quelli della Carraia e della Vittoria sono respinti con dure perdite. Firenze è divisa in due: duemila combattenti cittadini nella parte vecchia e ottocento a sud dell’Arno. Le divisioni partigiane della montagna si fanno sotto mentre gli alleati, dopo aver spinto alcune pattuglie nei sobborghi, si ritirano: ci pensino i partigiani a cacciare la retroguardia tedesca e a ripulire la città dai franchi tiratori. Il 3 il comando tedesco ha emesso un ordine che rende praticamente impossibile la vita sociale: i fiorentini devono restare chiusi in casa salvo una mezz’ora per attingere acqua alle fontane; i tedeschi spareranno su chiunque sarà sorpreso per strada o alle finestre. Le case medievali ridiventano fortezze. Fa caldo, l’immondezza riempie le strade, la gente vive sui terrazzi, sui tetti e il Comitato di liberazione incomincia ad assicurarsi il controllo di alcuni quartieri, a firmare i permessi a preti e a medici. La sera del 6 il comandante Fuchs concede una breve tregua, e nella stessa notte il contatto fra le due Firenze è ristabilito, i partigiani riescono a far passare una linea telefonica per una galleria del ponte Vecchio.

I tedeschi se ne vanno nella notte fra il 10 e l’11 e alle 6,45 la campana del Bargello, la Martinella, suona dopo quattro anni di silenzio il segnale dell’insurrezione generale: il tricolore sale sulla torre di palazzo Vecchio, le formazioni escono per la battaglia in campo aperto; ci saranno ancora duri combattimenti sulla linea che va dalle Cascine al Mugnone, i gruppi partigiani rimasti nella zona di Fiesole sono accerchiati, annientati. La divisione garibaldina Arno cambia il suo nome. Porterà il nome del suo comandante Potente, morto nella battaglia. Il Cln ha preparato da mesi la presa del potere nella città; nomina il sindaco Pieraccini, i direttori di banche, di giornali, delle amministrazioni. Gli alleati hanno pronta una loro lista piena di notabili aristocratici, liberali e vorrebbero che un generale monarchico comandasse la piazza. Ma l’alternativa è: o accettare le nomine fatte dal Cln o mettersi contro l’intera città. Il commissario inglese Rolph, persona di buon senso, esprime “l’intenzione di lavorare a fianco del locale Cln sicuro che i suoi uomini sono bene accetti dalla cittadinanza tutta [...] dato lo splendido lavoro svolto dal Comitato per il benessere della popolazione”.

Firenze apre l’effimera ma luminosa esperienza dell’autogoverno popolare e il “Times” di Londra scrive che l’esperimento “può avere importanza considerevole per determinare quale sarà il quadro politico che in definitiva prenderà il posto del fascismo. Firenze è stata la prima città in cui il Cln era già insediato prima che giungessero gli alleati. Il risorgere di uno spirito pubblico e di un’azione politica costruttiva nell’Italia del Nord costituisce un sintomo incoraggiante. L’episodio di Firenze ha una importanza molto più vasta di una riforma del governo locale in senso stretto: essa riguarda il problema delle autonomie regionali. Con il riconoscimento del Cln l’alleanza fra alleati e Resistenza esce dal cielo della teoria e diventa un problema pratico”. E in modo più incisivo Enriquez Agnoletti: „Quel che è certo, a Firenze gli alleati sono entrati impreparati a collaborare con i Comitati di liberazione e a riconoscerli e ne sono usciti preparati a riconoscerli e a collaborare con essi”. La guerra si allontanerà da Firenze solo il 7 settembre. Alcuni reparti partigiani preferiscono al disarmo da parte degli alleati la continuazione della lotta nelle retrovie tedesche. Se ne accorge il comandante germanico Frido von Senger und Etterlin:” Il retro delle divisioni combattenti non è più libero, è dominato dalle bande. Le aggressioni sono all’ordine del giorno specialmente lungo le strade della zona boschiva a nord di Massa Marittima. [...] L’impiego dei carri armati è reso più difficile dall’azione dei partigiani che fanno saltare i ponti davanti e alle spalle dei panzer”. Si liberano negli stessi giorni l’Abruzzo e le Marche. Anche qui il disband, il disarmo dei partigiani, è la prima preoccupazione alleata, con la scusa che le armi servono ai partigiani del Nord che vanno incontro a lunghi mesi di guerra.

 

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